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I poeti e la guerra
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by maria cristina proia
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L'obiettivo di questa lezione è quello di far conoscere agli alunni gli autori italiani che hanno vissuto l'evento tragico della guerra che hanno trasmesso ai posteri tramite un nuovo modo di "fare poesia".

    • Disciplina

      • Letterarie: Italiano
    • Anno di corso

      • Scuola secondaria di II grado: Classe V
    • Livello di difficoltà

      • Difficoltà: Intermedio

Poeti in guerra e poeti di guerra
Se, abbandonato il mondo retorico e fasullo degli scrittori di propaganda, ci avviciniamo a quello dei poeti preoccupati di esprimere, grazie al verso, la propria personale esperienza di guerra, può essere utile ricordare una distinzione operata da Umberto Saba, che individuava due diversi soggetti: i poeti che fecero la guerra come soldati e i soldati che la guerra fece poeti. Nel primo caso, si tratta di intellettuali che, già in precedenza, erano a
contatto con ambienti letterari; nel secondo, si tratta di figure che furono poeti per caso e per poco tempo: spinti dalle condizioni del fronte a esprimere sulla carta le proprie paure o le proprie emozioni, lo fecero in forma poetica.

Sul versante dei poeti letterati, invece, spicca Giuseppe Ungaretti, il quale fece tesoro della rivoluzione futurista  ma la piegò a nuove tematiche e a differenti finalità. In effetti, la punteggiatura è praticamente abolita, la sintassi ridotta all’essenziale, il verso tradizionale suddiviso in brevi unità composte, al limite, di una sola parola, che proprio perché isolata riacquista forza e significato. I versi più celebri sono forse quelli di Soldati (1918): «Si
sta come / d’autunno / sugli alberi / le foglie».
Proprio tali parole, tuttavia, pur esprimendo al massimo livello possibile la precarietà della situazione del fante, che da un istante all’altro può essere colpito dal proiettile nemico, ci permettono di capire che la guerra non è il nucleo più vero dell’opera di Ungaretti. Pur essendo poesia nata in contesto di guerra, quella del primo Ungaretti ha in realtà per tema centrale
la condizione dell’uomo, il suo vivere in questo mondo. L’esperienza in trincea è una situazione limite, che illumina e permette di capire l’intera vicenda umana, che prima di tutto è minacciata dalla morte; riallacciandosi idealmente al Leopardi della Quiete dopo la tempesta, Ungaretti ammette che – paradossalmente – è proprio l’esperienza del pericolo, l’aver percepito vicino il pericolo della fine, a rilanciare nell’uomo il desiderio di vivere,
che in condizioni ordinarie la noia e le delusioni avevano spento: «Non sono mai stato / tanto attaccato / alla vita»; così si conclude Veglia (1916), il cui spunto di partenza è la drammatica notte passata al fianco di un compagno massacrato dai colpi nemici.

 

Fratelli
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli
 

Proprio tali parole, tuttavia, pur esprimendo al massimo livello possibile la precarietà della situazione del fante, che da un istante all’altro può essere colpito dal proiettile nemico, ci permettono di capire che la guerra non è il nucleo più vero dell’opera di Ungaretti. Pur essendo poesia nata in contesto di guerra, quella del primo Ungaretti ha in realtà per tema centrale
la condizione dell’uomo, il suo vivere in questo mondo. L’esperienza in trincea è una situazione limite, che illumina e permette di capire l’intera vicenda umana, che prima di tutto è minacciata dalla morte; riallacciandosi idealmente al Leopardi della Quiete dopo la tempesta, Ungaretti ammette che – paradossalmente – è proprio l’esperienza del pericolo, l’aver percepito vicino il pericolo della fine, a rilanciare nell’uomo il desiderio di vivere,
che in condizioni ordinarie la noia e le delusioni avevano spento: «Non sono mai stato / tanto attaccato / alla vita»; così si conclude Veglia (1916), il cui spunto di partenza è la drammatica notte passata al fianco di un compagno massacrato dai colpi nemici.
Alla luce di tutto questo, quando l’uomo ha riscoperto appieno la propria fragilità (si pensi
alla poesia Fratelli, 1916), l’esperienza dell’incontro degli altri – talvolta sopportati o addirittura respinti come presenza nemica o molesta – ritorna a essere gratificante e positiva. In quel testo, la parola fratello/fratelli campeggia isolata, al centro della riga, e riacquista quella freschezza e pienezza di senso che vengono subito dopo espresse mediante l’analogia con la «fogliolina appena nata». Di nuovo, il pensiero corre a Leopardi e all’accorato appello di solidarietà che egli lanciava a tutti gli uomini
nella Ginestra; la guerra, in quest’ottica, appare semplicemente
stupida, visto che gli uomini, invece di uccidersi a vicenda, dovrebbero
unirsi in una catena di solidarietà, che permetta loro di lottare contro la Natura, vera responsabile della dura condizione umana. Non a caso, in una nota del 1969, a commento dei suoi testi di guerra, Ungaretti terrà a precisare: «Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione».
A differenza di Leopardi, però, Ungaretti decise infine di avvicinarsi di nuovo alla religione.